Luca Mascelloni: Cintura Nera in Giappone!

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È cosi difficile raccontarvi il Giappone oggi, è ancora troppo vicino al mio cuore. Sono seduto sull’aereo che mi riporta in Italia, ma sento che ho lasciato dietro di me un pezzo della mia anima, e che un giorno dovrò tornare a prenderla.
Allora proverò a raccontarvi un solo giorno, il due dicembre del 2017, un giorno che sembrava non arrivare mai e che ora mi sembra essere durato un attimo; non è incredibile come il tempo abbia il potere di dilatarsi in funzione delle nostre emozioni?
Quella mattina, quando mi sono svegliato, ne stavo provando davvero tante. Emozione. Paura. Determinazione. Curiosità. Apprensione. Volontà.

Nel treno che ci porta da Kyoto verso Yagi, quel paesaggio splendido fatto di colline, boschi e fiumi che vedo scorrere fuori dal finestrino sembra disegnato apposta per raccontare quello che provo.
Arriviamo in stazione, una di quelle stazioni che puoi trovare solo nei paesini, il binario, il silenzio, odore di legno e erba, di antico e immutabile, e ci aspettano Sensei Iwasaki e Kancho Tanaka.
Li vedo salutarci dall’altra parte del binario, con la mano, sorridono.
Saluti calorosi, emozionanti, una distanza di metà del nostro pianeta e di millenni di cultura annullata da uno sguardo e da una stretta di mano.
Kancho Tanaka, come potrei trovare le parole? Sembra che una porta del tempo si sia spalancata su mille anni fa e ne sia uscito lui. Si fa fatica a guardare altrove.

Ci fanno un regalo, ci portano al tempio della divinità che protegge il nostro Dojo.
Arriviamo che il sole è appena tramontato, le ombre sono lunghe in mezzo al bosco.
Passiamo sotto i Torii, ci dedichiamo alle abluzioni. Ho visto molti templi in questi dieci giorni, splendidi, pieni di tesori inestimabili, immersi in giardini dai mille colori, ma quando salgo gli scalini vecchi di centinaia d’anni, questo è un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Sembra esserci un solo colore, o forse mille gradazioni dello stesso grigio, che mi accompagnano a suonare la campana. Tanaka Kancho sembra avere una connessione con la terra e l’aria che ci circonda, è strano da dire, ma è quello che provo.

È ora di andare, il dojo è al contrario una struttura moderna, grande come difficilmente se ne possono trovare in Giappone. C’è una collezione di tutti gli strumenti che venivano usati nell’agricoltura nei secoli scorsi. Molti di quegli strumenti sono diventati la base per le armi dei guerrieri, come il bastone o le nunchaku, io guardo affascinato anche se il pensiero di quello che dovrò fare mi preoccupa.

Ci cambiamo, continuiamo a conoscerci, ascoltare i consigli del Kancho e di Sensei Iwasaki è un altro regalo che mi è stato concesso. Sono loro che ci fanno vedere e provare un Kata prima di vedere il mio, è uno splendore. Proviamo anche a rompere qualche pietra, sarebbe stato strano non farlo, ma per fortuna la mia si rompe subito, anche se scopro che era solo per provare, la vera l’avrei rotta dopo. Più grande. Molto più grande. Bene. E ho anche occasione di fare un primo sparring leggero con Kancho Tanaka. Lo vedo davanti a me in guardia, iniziamo, e in pochi minuti mi insegna. Mi spiega delle cose che non avevo pensato, e lo fa con l’esempio, facendomi vedere con il corpo più che con le parole.

Arrivano i bambini. E i bambini giapponesi sono bellissimi. Avrei voluto mettermene uno o due in valigia e portarli via con me.
Ci guardano stupiti, ridono, cercano di spingere avanti alcuni di loro per venire a conoscerci. Già, ci sono questi due strani grandi adulti occidentali, ma non so dire chi tra loro o noi stesse provando l’emozione più grande. Anche per Tanaka siamo grandi, lo ripete spesso, ad un certo punto prende le mani di Lorenzo e se le rigira tra le sue: grandi, gli dice.
Abbiamo portato dei cioccolatini italiani per i ragazzi, quando finiscono l’esame e Sensei Iwasaki li distribuisce, ognuno di loro viene da noi e ci ringrazia, un’educazione e un rispetto che lascia sempre stupiti.

Ma ora ci riscaldiamo insieme, un ottimo riscaldamento a base di Kihon e stretching, poi i ragazzi in funzione delle cinture iniziano il loro esame, fanno i loro Kata, il loro renraku, il loro kumite. È impressionante la determinazione che ci mettono. Il kiai è un suono che ci riempie le orecchie. Le cinture marroni e nere aiutano sempre gli altri, fanno tutti i kata con loro, li aiutano nel kumite, si aiutano e si insegnano a vicenda. Quando arriva Ryosuke appena possono tutti corrono a salutarlo, lo abbracciano. Sensei Iwasaki è davvero bravo con loro. Li stimola, li corregge per migliorare, lo fa con passione e si vede. Faccio anche io il mio kata.
Poi facciamo sparring leggero anche noi per prepararci ai miei kumite, Ryosuke è davvero bravo, ha una coordinazione e una potenza impressionante. Poi scoprirò anche quanto è bravo nei sabaki.

È il momento dei miei kumite. Guardandoli oggi avrei potuto fare molto di più, sono partito lento perché avevo paura di consumare troppe energie nei primi, invece l’allenamento di questo ultimo anno e mezzo aveva pagato, ed ho finito con troppo fiato rimasto, ma al di la di tutto ho avuto l’occasione di salire sul tatami con il nostro Kancho, con Sensei Iwasaki, con Lorenzo, con Ryosuke (Campione Giapponese di Full Contact Karate), con le altre cinture nere, con un giovane professionista di Kickboxing, con due giovani cinture nere che non vorrei essere nei vostri panni quando e se le incontrerete tra qualche anno. La foto con questi due promettenti futuri campioni è una di quelle che mi porto nel cuore, guardo il loro viso e rido di piacere.

L’esame è quasi finito, Sensei Iwasaki mi propone sempre pietre più grosse da rompere, ma alla fine riesco a rompere quelle invece che la mia mano.
Tanaka Kancho legge il mio attestato, capisco solo il mio cognome, ma non importa, ci siamo capiti oltre le parole, ed ho imparato cosi tanto. Sul karate, ho imparato che da oggi inizia un nuovo studio, diverso ma uguale a quello che mi ha portato in Giappone.
Mi allaccio la cintura.

La verità è che non ho ancora interamente realizzato tutto quello che è successo e tutto quello che ho vissuto. So che prima di tutto ci sono alcune persone che vorrei ringraziare.
Senpai Lorenzo. Senza di lui, semplicemente nulla di questo viaggio sarebbe stato possibile. Non potrei trovare le parole, ma la foto del nostro abbraccio subito dopo l’esame è un’altra di quelle che porterò con me per sempre.
Sensei Filippo Calà. In questo percorso lungo 8 anni ci sei sempre stato, e se ho avuto l’occasione di poter andare in Giappone a dimostrare qualcosa dello Shinseikai, è stato grazie a te, e da oggi comincia un nuovo percorso insieme.
Tutto il dojo di Roma, dai Senpai Tullio Vitanza e Mattia Faraoni alle nostre cinture bianche, perché siete stati un esempio, uno stimolo, un aiuto, veri compagni d’allenamento come davvero li intendiamo nello Shinseikai, e in Giappone potevo quasi sentire il vostro Osu dietro di me.
Elena e Valerio, perché nonostante un padre che parte spesso mi hanno incitato per quest’esame come solo loro possono fare.
Kancho Tanaka e Sensei Iwasaki, perché mi hanno insegnato, e tutto il dojo del Giappone perché porterò ognuno di loro nel cuore per sempre e spero di poter tornare a trovarli.

Osu!

Luca Mascelloni

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